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la lingua etrusca

La lingua etrusca

La lingua etrusca era considerata una “lingua morta” già dai Romani di epoca imperiale, ma in precedenza essa era parlata e scritta in un’area molto ampia, che comprendeva l’area intorno a Felsina (Bologna), l’Etruria vera e propria (Toscana e alto Lazio), e le coste della Campania, della Corsica e della Francia meridionale.
Ancora oggi non è chiara l’origine della lingua etrusca; secondo alcuni studiosi è una lingua isolata, per altri invece presenta dei punti di contatto con altre lingue indoeuropee. In particolare, nel 1885 fu trovata, nella località di Kaminia sull’isola di Lemno, una stele con un’iscrizione in una lingua pre-ellenica molto vicina all’etrusco. Si tratta di un’iscrizione bustrofedica formata da circa trentatre parole incise sulle due facce di una lastra funeraria databile al VI secolo a.C. La lingua riportata sulla stele fu parlata esclusivamente sull’isola di Lemno fino al 500 a.C., quando, in seguito alla sua conquista, gli Ateniesi vi introdussero il greco.

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Origini e caratteristiche dell’alfabeto

Le prime attestazioni di vere e proprie lettere su manufatti etruschi risalgono all’VIII secolo a.C., e agli inizi del VII secolo a.C., in seguito ai molti contatti con le colonie greche della Magna Grecia, la scrittura è già diffusa in tutta l’Etruria. L’alfabeto adottato è quello greco-calcidese, con alcune differenze, legate agli aspetti fonetici della lingua: compaiono ad esempio segni di altri alfabeti greci, come quello corinzio e altri segni assenti sia in quello greco che in quello fenicio.

la lingua etrusca

la lingua etruscala lingua etrusca

 

Uno dei documenti più antichi per la conoscenza dell’alfabeto usato dagli Etruschi è la tavoletta di Marsiliana d’Albegna, risalente al secondo quarto del VII secolo a.C.

la lingua etrusca

La serie alfabetica completa, riportata sul margine di una tavoletta scrittoria d’avorio (pugillaris), comprende tutti i segni della scrittura greca (da destra a sinistra), così come era giunta in Etruria nell’VIII secolo a.C. Si tratta quindi del più antico alfabetario sia etrusco che greco.

Inizialmente la diffusione della scrittura avvenne grazie all’aristocrazia etrusca che, tra la fine dell’VIII e la fine del VII secolo a.C. intrattenne stretti rapporti commerciali con il mondo greco e orientale. Nel corso del VII secolo a.C., l’uso della scrittura si diffuse anche tra gli altri strati della società e gli Etruschi cominciarono a elaborare un loro alfabeto.

 

Caratteristiche della scrittura e della fonetica

La diffusione della scrittura ebbe come conseguenza anche la formazione precoce di differenze geografiche. Per quanto riguarda le consonanti sibilanti, ad esempio, in Etruria meridionale (a sud di Vulci) erano utilizzati due diversi segni: ϟ per la /s/ postdentale e M per la /š/ palatale. Nell’Etruria settentrionale invece l’uso è invertito. Una terza variante è documentata, anche se per un breve periodo, nella zona di Tarquinia, dove il segno + era utilizzato per la /s/ e il segno ϟ per la /š/.

Le caratteristiche generali dell’Etrusco sono invece l’assenza della vocale “o” e delle consonanti sonore β e δ, e l’uso della consonante γ come sorda /k/. L’uso del digamma (ϝ), che scompare presto nell’alfabeto greco, sopravvive in quello etrusco e, a partire dalla fine del VII secolo, compare un nuovo segno a forma di “otto” (8) per rendere la labiodentale /f/, prima resa con ϝ e Η.

Anche dal punto di vista cronologico, le iscrizioni giunte fino a noi documentano un’evoluzione della scrittura e della lingua etrusca. E’ possibile parlare, infatti, di etrusco arcaico (VII – V secolo a.C.) ed etrusco recente (IV – I secolo a. C.); come evidenziato nell’immagine seguente, si notano sia alcune trasformazioni grafiche (in rosso) sia la scomparsa di alcuni segni (in blu). Contemporaneamente si verifica anche la progressiva chiusura di alcuni suoni vocalici (/ai/ diventa /e/), e la sincope, ovvero la caduta della vocale non accentata che si trova dopo la sillaba accentata (ad esempio, avile diventa avle).

la lingua etrusca

Gli Etruschi erano soliti scrivere da destra verso sinistra, tuttavia ci sono giunte alcune iscrizioni risalenti all’età arcaica e all’età tarda che presentano un andamento inverso. Le parole, soprattutto nelle iscrizioni più recenti, erano separate da uno spazio, da un punto, da due punti (:), da triangoli o croci di Sant’Andrea (crux decussata).

Documenti in lingua etrusca

Le iscrizioni etrusche giunte fino a noi non sono poche (più di 11.000), ma si tratta per lo più di iscrizioni di possesso (su oggetti), funerarie o votive, che purtroppo hanno il difetto di essere molto brevi  e la loro interpretazione e traduzione non offre alcun aiuto per l’interpretazione e la traduzione di altre iscrizioni più lunghe e più complesse e soprattutto per quelle di contenuto differente.

Le iscrizioni funerarie ci hanno permesso però di conoscere molto bene il sistema onomastico etrusco.

Al prenome (nome), a partire dal VII secolo a.C., troviamo associato il nomen (gentilizio) che indica la famiglia di appartenenza. Ad essi, a partire dal VI secolo, si aggiunge il cognomen (soprannome che faceva riferimento a caratteristiche fisiche o personali, o al lavoro svolto).

In età ellenistica, a questi tre elementi se ne aggiungono altri: il patronimico (il riferimento al nome del padre), il metronimico (il riferimento alla madre) e il gamonimico (il nome della famiglia del marito).

Per fortuna ci sono giunte anche alcune iscrizioni lunghe, che si sono rivelate fondamentali per la conoscenza della storia e della lingua del popolo etrusco.

 

Liber linteus

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By SpeedyGonsales (Own work) [CC BY 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], via Wikimedia Commons

 

È l’iscrizione in lingua etrusca più lunga che conosciamo. Si tratta di un manoscritto rinvenuto in Egitto (lì portato probabilmente da un emigrato dall’Etruria) sulle bende di una mummia che attualmente si trova nel Museo Archeologico Nazionale di Zagabria.
La scoperta avvenne intorno alla metà dell’Ottocento, grazie a un collezionista croato, che riportò in patria alcuni oggetti antichi dall’Egitto, secondo l’uso dell’epoca, tra cui anche una mummia. Il testo scritto sulle bende fu però identificato come etrusco nel 1892, e nel 1947 la mummia e le bende furono trasferite al museo di Zagabria.
Si tratta di un calendario rituale, databile al II secolo a.C., che specifica le cerimonie da compiere durante l’anno in onore di varie divinità.
In origine il manoscritto era un grande rotolo con il testo scritto in lettere dipinte rosse e nere, su almeno dodici colonne, per un totale di oltre 230 righe e circa 1200 parole. Il rotolo era ripiegato a fisarmonica seguendo le linee verticali delle colonne, ma successivamente fu tagliato in strisce orizzontali che furono usate per avvolgere una mummia di una donna di età tardo-tolemaica.

 

La tabula capuana

la lingua etruscaSi tratta di una tavoletta di terracotta, trovata a Santa Maria Capua Vetere in Campania nel 1898 e conservata nei Musei di Stato di Berlino. L’iscrizione, bustrofedica, è suddivisa in dieci sezioni da linee orizzontali ed è formato da 62 righe, la metà in gran parte perdute, e da circa 390 parole, di cui solo 300 leggibili.

Come nel caso del liber linteus, anche qui siamo in presenza di un calendario religioso, (databile al V secolo a.C.) comprendente una serie di indicazioni rituali riguardo le cerimonie da compiere durante l’anno, in onore delle divinità venerate nella città etrusca.

 

La tabula cortonensis

This photo of MAEC – Museo dell’Accademia Etrusca is courtesy of TripAdvisor

 

Si tratta di sette lamine di bronzo, rinvenute a Cortona nel 1992. L’iscrizione è formata da 40 righe, 32 sulla prima facciata e 8 sul retro, e l’alfabeto usato è quello tipico della zona del ritrovamento tra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C.

La tabula, dopo essere stata esposta in un luogo pubblico, fu spezzata in otto parti probabilmente per fonderla e riutilizzarla. La perdita dell’ottavo frammento non pregiudica la comprensione del testo, in quanto conteneva solo una lunga lista di nomi già menzionati precedentemente.

La presenza dello zilath mechl rasnal ha messo tutti gli studiosi d’accordo: si tratta di un importante atto giuridico riguardante la compravendita di terreni ceduti da un certo Petru Scevas, un commerciante di olio di estrazione popolare, alla nobile famiglia dei Cusu, proprietaria della tanella (necropoli) Angori e di quella di Pitagora. Si capisce anche che alcuni di questi terreni sono vigneti (vina) e che in parte si trovano a ridosso del lago Trasimeno.

 

Il cippo di Perugia

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This illustration was made by louis-garden Mes photos d’Italie, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7551544

 

È una stele di travertino rinvenuta a Perugia nel 1822 e conservata nel Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria. L’iscrizione, ben conservata, si trova su due facciate della stele, per un totale di 46 righe e 130 parole.

Secondo gli archeologi, si tratta di un cippo che segnava il confine tra le proprietà delle due famiglie perugine dei Velthina e degli Afuna. Il testo, databile tra il III e il II secolo a.C., è la trascrizione su pietra di un contratto in riferimento a tale confine (talaru), forse destinato ad uso funerario.

 

Le lamine di Pyrgi

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Si tratta di tre lamine d’oro, databili tra il 500 e il 490 a.C., due con iscrizioni in etrusco e la terza con un’iscrizione in lingua fenicia. Queste lamine sono di fondamentale importanza per la conoscenza della storia e della lingua del popolo etrusco, e attualmente sono esposte al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma.
Le lamine sono state rinvenute l’8 luglio 1964 durante una campagna di scavo presso Santa Severa nel sito archeologico etrusco di Pyrgi. La città era uno dei porti di Caere e, tra il VI ed il IV secolo a.C., era considerato uno dei più importanti scali commerciali del bacino del Mediterraneo e vi risiedeva una consistente comunità punica, dedita agli scambi commerciali. A Pyrgi c’erano almeno due santuari di rilevanza internazionale: un tempio della fine del VI secolo a.C. dedicato a Uni/Astarte, Giunone rispettivamente per gli Etruschi e per i Fenici (Tempio B), e uno della prima metà del V secolo a.C. dedicato a Thesan/Leucotea, Eos (Tempio A).
Il testo della prima iscrizione etrusca, la più lunga, è formata da 16 righe e 36 parole, e contiene la dedica del tempio alla dea Uni/Astarte da parte del supremo magistrato di Caere, Thefarie Velianas, seguita dalla motivazione della consacrazione (Thefarie Velianas rende omaggio alla dea per la sua posizione di vertice nel governo cittadino), e da una formula di augurio conclusiva.
La seconda iscrizione, formata da 9 righe e 15 parole, riguarda forse le cerimonie da compiersi nell’anniversario della dedica, mentre l’iscrizione fenicia, molto probabilmente è la sintesi della prima iscrizione etrusca.

Nicoletta Pagliai
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