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Le tombe a tumulo

Durante il periodo villanoviano, presso i popoli dell’Italia preromana erano praticati sia l’inumazione sia la cremazione, e in alcuni casi anche contemporaneamente (cfr. L’Italia preromana), come in Etruria, dove il rito della sepoltura  a fosse si affianca a quello della cremazione, prendendo poi il sopravvento. Verso la fine del IX secolo a.C. (Bronzo finale/inizio Ferro), compare per la prima volta in Etruria la tomba a camera con copertura a pseudocupola. Si tratta di una tipologia di tombe a cella singola con pianta circolare, pareti rivestite di muretti a secco o lastre di pietra, e coperta da pietre aggettanti le une sulle altre a formare una sorta di cupola.

Nel corso del VII secolo a.C. (epoca orientalizzante), fanno la loro comparsa le tombe a tumulo; necropoli con questa tipologia di tombe si trovano in molti centri etruschi, come Cerveteri, Vetulonia, Populonia, Tarquinia, Vulci e Cortona.

Le tombe a tumulo sono generalmente costituite da una struttura circolare (tamburo) realizzata in blocchi di panchina(1), squadrati e murati a secco, sormontata da una pseudocupola di lastre di alberese(2), disposte in centri concentrici con diametro decrescente, fino a formare una copertura a cupola, sostenuta per gravità.

La pseudocupola è poi ricoperta di terra compatta per proteggere e isolare l’intera struttura, ed è circondata da un anello di contenimento in blocchetti di panchina. A causa della mancanza di fondamenta, per ridurre al minimo il rischio di infiltrazioni, e per consentire lo scolo dell’acqua piovana, intorno al basamento era costruito un marciapiede lastricato in pietra alberese, inclinato verso l’esterno. Allo stesso modo, il grundarium e il subgrundarium, anch’essi in lastre di alberese, posti tra il tamburo e il tumulo, facilitavano l’eliminazione dell’acqua piovana, come i moderni gocciolatoi.

Nonostante alcune tombe a tumulo esternamente siano molto ampie, le dimensioni della camera dove erano deposti i defunti sono sempre molto ridotte: si tratta di un piccolo vano quadrato o rettangolare, che ospita i letti, realizzati in pietra panchina, dove venivano adagiati i corpi.

La camera sepolcrale è accessibile per mezzo del dromos, un corridoio, di solito orientato verso est, e coperto con lastroni di alberese. Lungo le pareti interne del dromos talvolta si aprono alcune celle per il corredo funebre, che, una volta riempite, erano sigillate con pietre di alberese. Dopo la sepoltura, anche il dromos  veniva sigillato con un riempimento di pietre e terra per evitare la profanazione della tomba.

La Tomba dei Carri nella necropoli di San Cerbone a Populonia (immagine 1) appartiene a questa tipologia di tombe. Dalla pianta della tomba possiamo apprezzare le ridotte dimensioni della camera e delle cellette laterali rispetto ai 28 metri di diametro del tumulo. Questa tomba probabilmente accoglieva i corpi di guerrieri aristocratici poiché all’interno sono stati ritrovati i resti di due carri da parata in ferro, rivestiti in bronzo intarsiato, che hanno dato il nome alla tomba.

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Immagine 1 – Tomba dei Carri
fotografia di Nicoletta Pagliai (*)

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Pianta della Tomba dei Carri

Una variante delle tombe a tumulo è rappresentata da quelle “ad avancorpo”, nelle quali l’ingresso sporge dal tamburo conferendo all’entrata un’importanza maggiore (immagine 2).

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Immagine 2 – Tomba delle Pissidi Cilindriche
fotografia di Nicoletta Pagliai (*)

Oltre alle tombe a tumulo, vi sono anche molti esempi di tombe dette “ad alto tumulo”, cioè prive del tamburo in pietra. In queste tombe, infatti, il tumulo è poggiato direttamente sul piano della cella. Nel 1960, dopo il recupero delle scorie e la sistemazione della zona agricola, venne alla luce, sempre nella necropoli di San Cerbone, una di queste sepolture ad alto tumulo, miracolosamente intatta (la pietra in primo piano nella fotografia è quella che sigillava l’ingresso). È la tomba dei Colatoi (fine del VII secolo a.C.), così chiamata per i colini in bronzo trovati al suo interno (immagine 3).

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Immagine 3 – Tomba dei colatoi

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(1) La panchina è una pietra arenaria tipica della Toscana. Di solito ha origine lungo le coste, ma può formarsi anche per azione del vento che accumula grandi quantità di sabbia nelle valli vicine al mare. Si tratta di una calcarenite di colore giallastro ed è costituita da sabbia grossolana e cementazione calcarea. Piuttosto leggera e di facile lavorabilità, presenta un aspetto ruvido e molto poroso e contiene fossili marini spesso visibili ad occhio nudo. Acquista durezza e resistenza dopo una prolungata esposizione all’esterno ed è durevole nel tempo.

(2) La pietra alberese è un calcare debolmente marnoso* con un alto contenuto di carbonato di calcio (CaCO3), compreso tra l’80 e il 94%, a grana mediamente fine.

Si tratta di un materiale lapideo di colore grigio chiaro, quasi bianco dopo lunghe esposizioni alla luce. Dopo la messa in opera, negli anni, si può manifestare un cambiamento di colore di estese aree che dall’originario bianco, diventano giallo-marrone, a causa delle vene di impurità presenti nella pietra.

*La marna è una roccia sedimentaria, che si trova a metà strada tra il calcare (95 – 100 % carbonato di calcio) e l’argilla (0 – 5 % di carbonato). Nelle marne tipiche la percentuale di carbonato di calcio va dal 35% al 65%.

Nicoletta Pagliai
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