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Eleonora d’Aquitania

Eleonora è cresciuta alla corte del nonno Guglielmo IX d’Aquitania (1070- 1127), il quale si dedicò all’attività militare partecipando alla I crociata e combattendo in Spagna contro i Mori, ma fu soprattutto amante della poesia e il primo trovatore di cui si abbia notizia; la sua corte fu quindi il centro della cultura europea e la stessa Eleonora ricevette un’eccellente educazione.

Il 1137 fu un anno ricco di eventi per Eleonora e fu anche l’anno che segno la fine della sua infanzia: con la morte di entrambi i genitori e del fratello ereditò, oltre alla contea di Poitou e alla Guascogna, il ducato d’Aquitania, e, come accadeva per tutte le nobili fanciulle, spesso promesse spose già nella culla o addirittura nel ventre materno, a soli tredici anni, sposò il re di Francia Luigi VII.

Il matrimonio si rivelò subito un fallimento, soprattutto perché il giovanissimo re era stato cresciuto per la carriera ecclesiastica ed aveva ereditato il trono di Francia soltanto a causa  della morte del fratello maggiore; era debole di carattere, austero e molto pio, mentre Eleonora era smaniosa d’indipendenza, determinata e dotata di una vivace intelligenza.

In un periodo storico segnato dalla lotta per le investiture, cui il concordato di Worms del 1122 aveva posto fine solo teoricamente, e dalle crociate, la vita di Eleonora non fu meno turbolenta: partecipò alla II crociata col marito, divorziò da lui nel 1152 e, dopo soli otto mesi, sposò Enrico Plantageneto, indifferente ai dieci anni di età che li separavano (lui ne aveva diciannove, mentre Eleonora era una donna matura per l’epoca), alla consanguineità, di cui si era invece servita per ottenere il divorzio da Luigi, e all’interdetto, gettato su di lei dal padre di Enrico, in quanto era ritenuto  indecente e condannato da tutte le società andare a letto con la moglie del proprio signore. In quegli anni infatti il Plantageneto era duca di Normandia e vassallo del re Luigi VII.

La Chiesa non concedeva tanto facilmente il divorzio, tranne rare eccezioni come la sterilità, di cui la stessa Eleonora fu accusata, e l’incesto, e per Eleonora non fu facile liberarsi di Luigi, dal momento che a questa parentela nessuno aveva fatto caso per ben undici anni!

Secondo alcuni studiosi la motivazione principale che portò allo scioglimento del matrimonio non fu la consanguineità, ma la necessità di un erede maschio; nessuno avrebbe mai accusato l’uomo di sterilità se non di fronte a prove evidenti come l’impotenza; ma, nonostante Eleonora avesse dato solo due figlie a Luigi, i numerosi figli (cinque maschi e tre femmine) nati dal suo secondo matrimonio dimostrarono che non ci fu sterilità almeno da parte sua.

Anche il matrimonio con Enrico non fu molto felice; egli non si dimostrò un marito affettuoso e quando Eleonora aveva ormai cinquant’anni, non più feconda e di nessuna utilità, la trascurava e la tradiva continuamente.

Poiché la presenza del marito le impediva di esercitare il potere sui suoi territori ereditati, decise di appoggiare i figli nella ribellione contro il padre. Eleonora riuscì a salire al trono nel 1191, quando, dopo la morte di tre dei figli, il trono passò al suo preferito Riccardo Cuor di Leone, che però presto dovette partire per la III crociata ed Eleonora, in assenza del figlio, rimase da sola a fronteggiare i diversi tentativi di usurpazione, dimostrando di essere una donna forte, intelligente e determinata.

Come tutte le nobili vedove, negli ultimi anni della sua vita, si ritirò nell’abbazia di Fontvrault, dove morì nel 1204, all’età di ottantadue anni, dopo una vita molto lunga e intensa.

Ciò che vorrei sottolineare è l’effetto che ebbero gli atti di Eleonora, scandalosi per quei tempi, sui chierici e i teologi, unici detentori del sapere. Il divorzio da Luigi VII e le immediate nozze con Enrico, l’incontinenza, la presunta sterilità, la partecipazione alla II crociata, l’appoggio dei figli nella ribellione contro il padre e la sua brama di potere, fecero di questa donna combattiva un modello di donna pericolosa, lussuriosa e traditrice.

Questa concezione misogina affonda le radici nelle opere di scrittori classici come Aristotele e negli scritti dei Padri della Chiesa come San Gerolamo, che definisce la donna “più amara della morte”, e trova terreno fertile nei primi secoli del Medioevo, dal momento che il monopolio della cultura era in mano ai chierici ed in particolar modo ai monaci, che avevano molto tempo da dedicare agli studi grazie alla loro vita ritirata.

Spesso, infatti, i bambini venivano mandati nei monasteri quando erano ancora molto piccoli con la conseguenza che l’unico contatto con  il mondo femminile era quello con la madre, che spesso veniva santificata; il risultato era che la scarsissima conoscenza dell’altro sesso portava a considerare la donna come la rovina dell’uomo, inferiore per natura e priva di una volontà positiva, e per questo, bisognosa di un “uomo – padrone” che la governa e la controlla.

La cosa che più spaventava in una donna era il desiderio proprio della sessualità, ritenuto attraente e allo stesso tempo sviante, dannoso e di impedimento alla castità per l’uomo, che doveva lottare continuamente per difendersi dalla naturale tendenza al peccato della donna.

Il monaco inglese Guglielmo di Newburgh, come altri uomini di Chiesa del resto, riteneva Eleonora la causa del fallimento della II crociata, dal momento che Luigi VII, “prigioniero di una violenta passione per la moglie”, la portò con sé in battaglia; ma la cosa peggiore fu che molti nobili lo imitarono, riempiendo così di immoralità l’esercito di Cristo. Il filosofo inglese del XII secolo Giovanni di Salisbury definì il re “puerile”, perché sovrastato da un desiderio che invece “si deve essere in grado di dominare quando si è veri uomini, e soprattutto re”.

In conclusione, possiamo affermare che, all’interno del matrimonio, la donna, indifferentemente dal ceto sociale, era sempre e comunque subordinata all’autorità maschile, ed ogni sua azione era esaminata dall’occhio critico dei chierici, i quali esaltavano come unico modello positivo quello della Vergine Maria.

Per le donne appartenenti alle classi elevate, la vita monacale era probabilmente l’unica in cui esse avevano la possibilità di studiare e di affermare una certa indipendenza, personale e del monastero, dal vescovo.

Tuttavia, Eleonora non solo è riuscita ad occupare un posto di rilievo nel quadro politico europeo e nell’evoluzione della condizione femminile, ma ha fatto della sua corte un centro di  cultura letteraria, favorendo la nascita e la diffusione in tutta Europa del romanzo cavalleresco, in cui venivano rappresentati i classici ideali cavallereschi, tramite gesta di guerra o eroiche imprese spesso compiute in difesa di fanciulle, e della lirica d’amore la cui tematica principale era l’amor cortese in cui si ritrovava, per la prima volta nel mondo cristiano occidentale, una concezione laica dell’amore tra uomo e donna.

Questi nuovi generi letterari rappresentavano un modello contrastante con la morale religiosa e con una società fondamentalmente misogina, ed anche se non erano un concreto modello di comportamento costituirono un importante svago della società di corte.

La vita di Eleonora, che non possiamo certo definire austera, favorì la diffusione di pettegolezzi, deformando il suo ricordo. L’immagine che molte persone, nelle corti del nord della Francia, avevano di lei, emerge dalla canzone che ebbe un successo travolgente alla fine del XII secolo: il Roman de Renard, in cui, sul modello di quello degli uomini è foggiato un mondo degli animali, a ciascuno dei quali è data una fisionomia specifica, per rappresentare, con una mirata satira, la società del tempo. Non è difficile per gli ascoltatori, infatti, riconoscere il re Luigi VII nel personaggio di Ysengrin, e la regina Eleonora in quello di Hersent l’adultera, la provocante, la seducente, la “puttana che, pur avendo un marito, se ne prende un altro”. Il poeta non risparmia neanche Luigi VII e ribadisce la sua colpa, poiché non è stato capace di esercitare un efficace controllo sulla moglie, mostrando a tutti la sua gelosia.

Il Menestrello di Reims, addirittura, per soddisfare i suoi ascoltatori, raccontava che la regina, durante la II crociata, si era concessa ai saraceni: doppiamente traditrice, del marito e del suo Dio.

Eleonora sfidò le convenzioni dei suoi tempi e la morale religiosa dei bigotti, fu promotrice della cultura, regina di due nazioni e giunse ad esercitare il potere in prima persona; una donna che, nonostante tutto, riuscì ad emergere in un Medioevo maschilista e misogino.

Nicoletta Pagliai
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