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La naumachia

Gli spettacoli, nati come parte integrante delle cerimonie religiose, divennero ben presto manifestazioni fini a se stesse e le occasioni per organizzare spettacoli pubblici erano innumerevoli: onoranze agli dèi, trionfi, dediche di templi, anniversari degli imperatori. Il popolo accorreva entusiasta ad assistere ai giochi che, soprattutto durante l’Impero, diventarono un potente veicolo di consenso popolare, tanto che molto spesso erano organizzati solo a fini propagandistici. Parte delle spese necessarie per l’allestimento degli spettacoli gravava sulle finanze pubbliche, ma i fondi stanziati spesso non bastavano a coprire i costi crescenti dei giochi che diventavano sempre più sfarzosi, e i magistrati che li organizzavano investivano il proprio denaro per promuovere la loro carriera politica.

Tra gli spettacoli più dispendiosi, e per questo motivo rappresentata solo in casi eccezionali, c’era senza dubbio la naumachia, nella quale migliaia di prigionieri di guerra o condannati a morte (naumacharii) dovevano combattere in vere e proprie battaglie navali, che potevano svolgersi nell’arena dell’anfiteatro Flavio, allagata per l’occasione, in appositi bacini artificiali o in veri laghi.

La prima naumachia di cui abbiamo testimonianza (Svetonio, De vita Caesarum) è quella finanziata da Giulio Cesare nel 46 a.C. per celebrare i suoi quattro trionfi, uno per ciascuna campagna militare che aveva portato a termine con successo rispettivamente in Gallia, in Egitto, nel Ponto e in Africa.

Con i 600000 sesterzi del bottino Cesare offrì agli abitanti di Roma rappresentazioni teatrali, corse, giochi di atletica, lotte tra gladiatori, ricostruzioni di combattimenti terrestri e navali, e banchetti ai quali presero parte oltre duecentomila persone.

La naumachia si tenne, secondo alcuni studiosi, in un bacino scavato per l’occasione nel Campo Marzio, probabilmente in corrispondenza della depressione centrale; secondo altri presso il Tempio della dea Fortuna a Trastevere. Seimila prigionieri di guerra tra combattenti e rematori combatterono per l’occasione ricreando una battaglia tra Fenici ed Egiziani.

Una delle naumachie più dispendiose fu quella allestita da Augusto nel 2 a. C. per celebrare la dedica del tempio di Marte Ultore e simulava la battaglia di Salamina: tremila uomini su navi rostrate biremi e triremi combattevano in un bacino largo 355 metri e lungo 533, costruito nel Trastevere (Augusto, Res Gestae, 23). Per alimentare questo bacino, l’imperatore fece addirittura costruire un nuovo acquedotto, l’Alsietino, che, con un percorso di 33 km, dai laghi di Martignano e Bracciano scaricava 180 litri d’acqua al secondo nel Trastevere. Per questa naumachia servirono circa duecentomila metri cubi di acqua e, per permettere l’accesso alle navi, fu costruito un canale navigabile che la collegava direttamente con il Tevere: per prepararla occorsero ben quindici giorni.

Nell’anfiteatro Flavio furono organizzate delle naumachie solo nei primi anni dopo l’inaugurazione, quando non erano ancora stati scavati i sotterranei dell’arena ed era quindi possibile renderla stagna e allagarla ad una altezza sufficiente per il galleggiamento delle navi (circa 1,5 metri). L’imperatore Claudio fece organizzare una naumachia sul lago Fucino che, nonostante fosse distante ben 100 km da Roma, attirò un vastissimo pubblico. Nel Campo Marzio si svolsero le naumachie organizzate da Caligola, Domiziano e quella fatta tenere da Filippo l’Arabo, forse l’ultima, per celebrare i mille anni di Roma.

Nicoletta Pagliai
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