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Roma: il periodo regio

Come abbiamo già visto parlando delle origini di Roma, anche la lista dei sette re che copre la storia della Roma regia è leggendaria. Nei primi quattro re (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio e Anco Marcio) si è voluta anche trovare un’alternanza di re latini e sabini, per confermare l’unità tra i due popoli, nata dall’incontro di Romolo con il re sabino Tito Tazio.

Al VI secolo a.C. risalgono gli inizi della nuova dinastia etrusca, composta, sempre secondo la tradizione, da Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. La nascita di Roma come centro urbano si deve proprio agli Etruschi che conoscevano la civiltà urbana e per primi avevano cercato di dare vita ad una sorta di unità italica (cfr. Gli Etruschi).

Anche se i nomi dei re etruschi sono dubbi e la cronologia dei loro regni è molto incerta, soprattutto nella fase finale, abbiamo varie testimonianze archeologiche che confermano la presenza etrusca: vasi in bucchero provenienti dal commercio con l’Etruria, iscrizioni in lingua etrusca su vari oggetti, che provano l’esistenza di nuove attività artigianali e commerciali, e leggende e documenti archeologici riguardanti complesse azioni militari di condottieri provenienti da Vulci, Tarquinia e Veio.

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Il principale contributo della dominazione etrusca è stato senza dubbio quello urbano. In particolare la bonifica delle aree acquitrinose portò allo sviluppo dell’agricoltura nel Lazio e in Campania, determinando profonde trasformazioni nella vita rurale e la comparsa di grandi proprietà. A Roma furono iniziati il prosciugamento e la pavimentazione del Foro con la costruzione della Cloaca Maxima, il grande canale fognario che sfociava nel Tevere a valle del Pons Aemilius, l’attuale Ponte Rotto.

Dopo la pavimentazione, il Foro fu trasformato in una piazza pubblica (agorà), segno dell’esistenza di una città, e apparvero i primi templi in pietra con rivestimenti decorativi in terracotta policroma, come quello rinvenuto sotto la chiesa di S. Omobono, sul margine del Foro Boario, che si dice essere stato dedicato alla dea Fortuna da Servio Tullio.

Dopo la fine della dominazione etrusca i templi si moltiplicarono: il tempio di Giove Capitolino nel 508, il tempio di Saturno nel 496 e quello di Cerere nel 496-493.

Gli etruschi introdussero anche nuove tecniche di costruzione in pietra, che permisero imponenti lavori urbanistici, e fu costruita una cinta muraria difensiva, comune alle città dell’Etruria.

Per quanto riguarda l’organizzazione della città, Livio e Dionigi di Alicarnasso attribuiscono un ruolo essenziale a Servio Tullio, le cui riforme costituiscono il fenomeno più importante del VI secolo.

I cittadini furono suddivisi in tribù territoriali, quattro urbane (Palatina, Esquilina, Collatina e Suburana) e una decina di tribù rustiche, distribuite nell’ager Romanus. Il numero di queste tribù aumenterà con le conquiste e alla metà del III secolo saranno trentuno.

Per integrare nella società i nuovi arrivati, Servio sostituì l’organizzazione curiata con un nuovo sistema basato sul domicilio e la ricchezza, implicante il censimento (census) di tutti i cittadini liberi, residenti nel territorio romano, e dei loro beni.

Furono così distinte cinque classi di cittadini, con diversi diritti politici:

1°: cittadini con un capitale di almeno 100mila assi;

2°: cittadini con un capitale di almeno 75mila assi;

3°:       “          “          “                      “        50mila assi;

4°:       “          “          “                      “        25mila assi;

5°:       “          “          “                      “        11mila assi.

È importante precisare che all’epoca la ricchezza era valutata in unità di terra (iugera) e capi di bestiame (pecunia), e queste stime probabilmente risalgono al II secolo a.C.

Ciascuna di queste classi di cittadini fu divisa in centurie (gruppi di cento uomini), di cui una metà doveva servire nell’esercito come effettivi (gli juniores dai 14 ai 46 anni), mentre i seniores (dai 46 ai 60 anni) nella riserva; l’armamento e il vettovagliamento erano a proprio carico.

Il servizio militare era un diritto e un dovere di ogni cittadino attivo e integrato nella comunità, e in questo esercito cittadino i diritti e i doveri variavano secondo la classe e di conseguenza secondo la ricchezza. Il reclutamento avveniva come mostrato in tabella:

 

classi

censo

centurie

Centurie/classe

100.000 assi

18 di cavalieri e 20 di fanti

98

75.000 assi

20 di fanti armati alla leggera, 2 di genieri e 2 di musici

20

50.000 assi

20 di fanti armati alla leggera, 2 di genieri e 2 di musici

20

25.000 assi

20 di fanti armati alla leggera, 2 di genieri e 2 di musici

20

11.000 assi

30 di uomini armati di fionda

30

2 (genieri)

2 (musici)

 

1 (capite censi)

Coloro che avevano un censo inferiore agli 11000 assi (capite censi) erano esclusi dal servizio militare, come anche gli schiavi, i liberti e i cittadini che erano stati privati dei loro diritti civili.

La centuria era sia unità di combattimento che unità di voto, quindi è evidente che la prima classe, con le sue 98 centurie, deteneva la maggioranza assoluta e con il loro voto dominava i comizi centuriati, che si riunivano essenzialmente per acclamare i progetti regi che riguardavano la città, la guerra e la suddivisione dei bottini.

Questo carattere fortemente timocratico dell’organizzazione serviana, tuttavia fu attenuato dalla monarchia etrusca, che ridusse in maniera considerevole i poteri politici dell’assemblea centuriata, e dal patriziato, una sorta di nobiltà ereditaria, che si riservava l’esercizio dei grandi sacerdozi e l’uso della terra. I patrizi vivevano circondati di clienti che i loro patroni proteggevano in cambio di un impegno di fedeltà (fides).

Tarquino il Superbo, l’ultimo re di Roma, secondo le fonti, prese il potere con l’uso della forza e contro la volontà dei patres, e impedì la sepoltura di Servio Tullio, commettendo una grave offesa e un sacrilegio, guadagnandosi così l’appellativo di tiranno, definizione su cui anche gli autori antichi hanno molto insistito. In particolare Dionigi di Alicarnasso (IV, 21) ha definito come atti tirannici la creazione di una guardia armata per la difesa personale, l’ostilità nei confronti dell’aristocrazia, il disprezzo (o paura) del pubblico, il modo di trattare gli affari di stato (da solo o con pochi consiglieri privati), il desiderio di instaurare legami personali con altre famiglie, anche straniere, e la sua politica di grandi lavori per aumentare lo splendore della città, che gli permetteva di legarsi al popolino bisognoso.

Tacito (Ann. I, 1) racconta che un certo L. Bruto guidò la rivolta dell’aristocrazia, cacciando i Tarquini e ristabilendo la libertà e il consolato, ma in realtà non fu l’aristocrazia a porre fine alla monarchia. L.Bruto è un personaggio costruito che non ha niente a che fare con l’espulsione dei Tarquini da Roma, e il declino della potenza etrusca è dovuto al risveglio dei popoli italici e agli avvenimenti nelle colonie della Magna Grecia, come la distruzione di Sibari.

È più probabile che Tarquinio abbia lasciato Roma in seguito all’intervento del re di Chiusi Porsenna, intorno al 508-509; Tarquinio, in un primo momento, si rifugiò a Tusculum, per poi morire a Cuma nel 495.

Per quanto riguarda la nascita della Repubblica, invece, essa è la conseguenza della ribellione del patriziato di Roma nei confronti della dominazione straniera e tirannica, ed ebbe luogo nei primi anni del V secolo a.C.

 

Nicoletta Pagliai
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