La prima guerra punica (264 – 241 a.C.) è la prima delle tre guerre che hanno visto scontrarsi Roma e Cartagine. Queste tre guerre sono uno dei maggiori avvenimenti della storia del bacino del Mediterraneo e della storia di Roma.
Le fonti
Molti storici greci e romani hanno parlato delle guerre puniche nelle loro opere. Polibio (libro I), Livio. Diodoro Siculo e Cassio Dione hanno tratto informazioni dallo storico greco Filino di Agrigento, contemporaneo di Annibale e filocartaginese. Infine troviamo informazioni sulle guerre puniche anche negli Annali di Fabio Pittore.
Casus Belli
Il conflitto nacque soprattutto a causa degli interessi economici di Cartagine (potenza marittima e commerciale) e di Roma che avevano adottato una nuova politica aperta verso l’esterno.
Cartagine, fondata alla fine del IX secolo dai Fenici di Tiro, aveva costruito un impero mercantile nell’Africa nord-orientale (Tunisia), lungo le coste africane, nel sud della Spagna e nelle isole del Mediterraneo occidentale. Questo portò Cartagine a scontrarsi con gli interessi di Roma in Sicilia e poi a Taranto. La forza di Cartagine risiedeva soprattutto nella flotta mentre per l’ esercito ricorreva ai mercenari, e dopo lo scontro con Pirro, anche agli elefanti.
Roma invece era ancora una potenza che basava la sua forza essenzialmente sull’esercito di cittadini ai quali si iniziano ad aggiungere gli alleati.
Le relazioni tra Roma e Cartagine sono state corrette, limitandosi a difendere le rispettive zone d’influenza, grazie a vari trattati, fino al 272.
Il conflitto tra Roma e Cartagine ha origine dall’episodio di Messina.
Nel 288 a.C., subito dopo la morte del tiranno di Siracusa e basileus di Sicilia Agatocle, un gruppo di mercenari Italici di origine osca, autonominatisi Mamertini occuparono Messana (l’attuale Messina), uccisero gli uomini, rapirono le donne e utilizzarono la polis come base per mettere in atto una serie di saccheggi nei territori vicini. Così facendo riuscirono ad attirarsi le ire di Gerone II, tiranno di Siracusa e basileus di Sicilia il quale addestrò le milizie cittadine e gli inflisse una pesante sconfitta.
I Mamertini chiesero l’aiuto di Cartagine, da secoli in lotta con Siracusa e contemporaneamente l’assistenza militare della Repubblica romana basando la richiesta sulla comune ascendenza italica.
A Roma si discusse molto. I Romani avevano appena condannato a morte i loro stessi concittadini mercenari che, analogamente ai Mamertini, avevano combattuto per Reggio e poi se ne erano impadroniti. Il Senato quindi non poteva autorizzare l’intervento a Messina.
Ma, come Polibio stesso osserva, i Romani, «osservando che i Cartaginesi avevano assoggettato non solo la Libia ma anche molte parti dell’Iberia, ed erano anche padroni di molte isole nel mare di Sardegna e nel Tirreno, erano in ansia al pensiero che, se questi si fossero impadroniti anche della Sicilia sarebbero stati per loro dei vicini troppo forti e temibili…»
(Polibio, Storie, I, 10)
E «poiché i consoli mostravano […] anche gli evidenti e grandi guadagni che ne sarebbero venuti a ognuno singolarmente, (Roma) decise di inviare gli aiuti.»
(Polibio, Storie, I, 11)

Roma formò un’alleanza con i Mamertini e nel 264 a.C. inviò a Messina uno dei due consoli Appio Claudio Caudice con le sue due legioni. Le altre due legioni romane furono affidate a Marco Fulvio Flacco.
Ma Cartagine aveva già risposto all’appello di Messina e una flotta punica “amica” aveva occupato il porto messinese e il comandante cartaginese si era insediato nella rocca, controllando la città.
I Mamertini, «in parte con le minacce, in parte con l’inganno chiamarono a sé Appio e nelle sue mani rimisero la città.»
(Polibio, Storie, I, 11)
Per Messina, quindi, si trattò di una vera e propria deditio, come quella di Capua all’inizio delle guerre sannitiche.
Gerone (diventato Gerone II di Siracusa) pensò che allearsi con Cartagine contro i Mamertini fosse una buona mossa strategica, stipulò un trattato con i Cartaginesi, uscì dalla città con le sue truppe e si accampò a sud di Messina abbozzando un’azione “a tenaglia”.
L’intervento di Roma
Appio Claudio, in un primo momento cercò di evitare il combattimento; si pose al di sopra della mischia e celò l’interesse romano sullo Stretto, cercando di mediare fra i Mamertini e gli assedianti.
Ma fu tutto inutile e Appio dovette mostrare attivamente che Roma era lì per avere voce in capitolo e attaccò i Siracusani. La battaglia, secondo Polibio, fu lunga ma i Siracusani dovettero cedere e ritirarsi nel loro accampamento. Durante la notte Gerone e i suoi ritornarono a Siracusa. Il giorno successivo Appio, saputo della ritirata, alle prime luci dell’alba attaccò i Cartaginesi. Anche qui la vittoria fu romana e i nemici dovettero cercare scampo nelle città vicine. Appio infine si diresse a Siracusa e pose l’assedio.
Cartagine, constatato che ormai Siracusa era ridiventata nemica e che ora anche Roma era pesantemente coinvolta nelle vicende dell’Isola, arruolò mercenari Liguri, Celti e Iberici per rinforzare le proprie guarnigioni e li concentrò ad Agrigento.
Iniziò così una guerra lunga 23 anni segnata da scontri incerti sia per terra che per mare.
La battaglia di Agrigento del 261 a.C. fu vinta da Roma, che vantava legioni più disciplinate ed efficienti delle armate cartaginesi, composte solo da mercenari.
Il Senato comprese immediatamente l’importanza del controllo del Mediterraneo centrale nel prosieguo del conflitto e dopo la battaglia di Agrigento fu costruita la prima grande flotta romana.
Una nuova tecnica di combattimento
Roma mancava della tecnologia navale e quindi dovette costruire una flotta basandosi sulle triremi e quinqueremi cartaginesi catturate. Per compensare la mancanza di esperienza in battaglie fra navi, Roma sviluppò una tecnica di combattimento che permetteva di sfruttare la conoscenza delle tattiche di combattimento terrestri in cui era maestra. Le navi romane furono equipaggiate con uno speciale congegno d’abbordaggio: il corvo.
Questo congegno agganciava le navi nemiche e permetteva alla fanteria di combattere quasi come sulla terraferma. L’efficienza di quest’arma fu provata per la prima volta nella battaglia di Milazzo, la prima vittoria navale romana.
In Africa (fallimento della spedizione del 256 condotta da Attilio Regolo) e nel Tirreno dove, dopo aver subito una sconfitta a Drepana nel 249, i Romani ricostruirono la flotta, sconfissero i Fenici alle isole Egadi e imposero la pace nel 241.
Conseguenze:
- La Sicilia divenne provincia romana;
- Nel 236 Roma si impadronisce della Sardegna approfittando dell’indebolimento di Cartagine (rivolta sociale e guerra del mercenari dal 241 al 237, a causa del pagamento di una pesante indennità di guerra);
- Per risollevare e Cartagine e restituirgli la sua potenza, il generale Amilcare, nel 237, conquistò la Spagna dove costituì un impero barcide, al quale Asdrubale, suo successore, dette una struttura quasi monarchica e fondò una nuova capitale, Cartagena;
- A Roma la necessità della guerra ha portato alla nascita della forza navale: nel 260 fu costruita una flotta composta da 100 quinqueremi e 20 triremi. Furono introdotte anche novità tecniche e strategiche, come il rostro che permetteva, in parte, uno scontro tra fanti. Questa invenzione ha permesso la vittoria romana a Milazzo nel 260.

























