L’omosessualità maschile ha origine in un passato più remoto di quello omerico: più precisamente, nel passato tribale della società greca, in cui l’organizzazione della comunità era basata soprattutto sulla divisione per classi di età. L’omosessaulità e la bisessualità erano vissute con naturalezza e l’educazione dell’uomo prevedeva un’iniziazione alla vita sociale, alla guerra e al sesso.
La Grecia prima di Omero
La Grecia pre-omerica era legata all’esistenza di riti di passaggio o d’iniziazione, che permettevano ai giovani di apprendere le virtù che li avrebbero resi adulti. E di tale insegnamento si occupava un uomo più maturo, che era sia educatore sia amante.
A tal fine il giovane (eromenos) rimaneva segregato per un certo periodo con l’amante/educatore adulto (erastes).
La Grecia classica
Nella Grecia classica, riguardo ad Atene, massimo esempio della civiltà greca, sappiamo molto di più. Il giovane libero (donne, schiavi e stranieri non godevano di diritti politici e non contavano) era educato prima da uno schiavo molto colto, poi passava nel ginnasio e nella palestra dove si preparava ad esercitare i suoi diritti e i suoi doveri di cittadino. Nella palestra i maestri/amanti a volte si univano ai loro allievi, passando dalla lotta al rapporto sessuale.
Regole ferree
Questo succedeva spesso e con tale leggerezza che Solone proibì l’accesso in palestra agli uomini adulti, soprattutto perché il rapporto fra il giovane e il suo maestro non doveva essere solo erotico, ma anche spirituale e intellettuale, e l’unione sessuale doveva avvenire dopo un lungo corteggiamento. Le regole erano molto ferree: fra i dodici e i diciassette/diciotto anni, il ragazzo aveva un ruolo passivo nel rapporto con l’adulto, e solo a venticinque anni poteva assumere a sua volta un ruolo attivo con i ragazzi; in seguito si sposava e poteva continuare ad avere rapporti sia con fanciulli sia con donne “libere”.
La libertà sessuale dell’antica Grecia è ormai diventata un luogo comune, ma non tutto corrisponde alla verità: la morale comune considerava indegno di un adulto desiderare i bambini con meno di dodici anni e condannava gli uomini che frequentavano i ragazzi cui era già cresciuta la barba. In questo caso, infatti, non si trattava più di pederastia, ma di omosessualità.
Il “vizio greco”
La pederastia fu bollata dai Romani come un “vizio greco” e come segno di mollezza; al contrario per il romano l’affermazione della virilità, anche in campo sessuale, era quasi un dovere, e prima della “contaminazione” greca, i Romani non amavano i fanciulli liberi, ma solo i giovani schiavi, per i quali il servizio sessuale era un obbligo, e i prostituti.
Roma
Nell’antica Roma quindi non era l’omosessualità in quanto tale a essere condannata, ma biasimavano gli uomini liberi che assumevano un ruolo passivo, considerato segno di debolezza. A tale proposito nel 225 a. C. fu emanata una legge (lex Scatinia) che puniva sia gli adulti passivi sia chi cercava di sedurre un puer, perché era infamante farsi sottomettere ed era immorale sottomettere un bambino che presto sarebbe diventato un civis e un futuro conquistatore.























