L’arco e il teatro di Orange

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Orange è una piccola città della Provenza fondata dai romani tra il 35 e il 30 a. C., e due monumenti in particolare testimoniano ancora l’importanza che questa città ebbe in epoca romana; distante pochi chilometri dalla ben più nota Avignone, Orange nel 1981 è stata inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dall’Unesco per la presenza di un arco e di un teatro, entrambi di epoca Augustea.

L’arco di trionfo, con i suoi 18 metri di altezza si erge imponente sull’antica via Agrippa, che collegava Lione ad Arles ed è l’arco a tre fornici più antico conosciuto, il terzo più grande del mondo e uno dei meglio conservati. L’arco è completamente ricoperto da un ricco bassorilievo e si possono ancora ammirare buona parte delle decorazioni originarie e gli incredibili dettagli: scene di guerra e di gladiatori, elementi navali e scudi dei vinti, che ricordano diversi episodi, come la vittoria della II Legione di Cesare, i cui veterani fondarono la città, la guerra contro i Galli e la battaglia di Azio.

Sui lati lunghi dell’arco, sulla fascia inferiore dell’architrave della trabeazione principale si trovava un’iscrizione con lettere in bronzo, applicate per mezzo di grappe di cui restano visibili i fori, in particolare sul lato nord.

Dallo studio di questi fori, nel 1862 Pierre Herbert propose una prima lettura dell’iscrizione:

IMP CAIO I CÆ AVGVSTI DUVI I FIL ÆGYPT TRP XI COMAT TRIBVT GERMANIA VICTA COH XXXIII VOLVNT COLONIA ARAUS I SECVNDAN HVNC ARC DED PVBLICE

Scioglimento:

Imp(eratori) Caio I(ulio) Cæ(sari) Augusto divi I(ulii) fil(io) Ægypt(o) Tr(ibunicia) P(otestate) XI comat(a) tribut(aria) Germania victa Coh(ors) XXXIII volunt(ariorum) (et) colonia Araus(io) I(iulia) Secundan(orum) hunc arc(um) ded(icavit) publice

Traduzione:

All’imperatore Gaio Giulio Cesare Augusto, figlio del divo Giulio, che ha esercitato per l’XI volta la potestà tribunizia, la XXXIII coorte dei volontari e la colonia di Arausio Giulia dei Secundani, in ricordo dell’Egitto, della Gallia comata sottoposta a tributo e della Germania vinta, dedica a nome di tutti quest’arco.

Secondo Pierre Herbert l’iscrizione pone l’erezione dell’arco nel 12 a.C. e indica la città come una colonia romana fondata dai veterani della legione cesariana. Le vittorie a cui l’iscrizione si riferisce sarebbero la battaglia di Azio nel 31 a.C. e le vittorie di Druso sui Germani nel 12 a.C.

In seguito a studi più recenti la lettura dell’iscrizione della trabeazione principale è stata modificata:

TI CAESAR DIVI AVGUSTI F DIVI IVLI NEPOTI AVGVSTO PONTIFICI MAXI POTESTATE XXVIII IMPERATORI IIX COS IIII RESTITVIT R P COLONIAE (ovvero alla fine RESTITVTORI COLONIAE)

Scioglimento:

Ti(berio) Caesar(i), divi Augusti f(ilio), divi Iuli nepoti Augusto, pontifici max(imo) (tribunicia) potestate XXVIII, imperatori IIX, co(n)suli IIII restituit R(es) p(ublica) coloniae (ovvero restitutori coloniae)

Traduzione:

A Tiberio Cesare, figlio del divo Augusto, nipote del divo Giulio, Augusto, pontefice massimo, che ha esercitato per la XVIII volta la potestà tribunicia, imperatore per l’ottava volta, console per la quarta volta restituì la colonia (ovvero restitutore della colonia).

Con questa nuova interpretazione, la datazione appare essere spostata al 26 -27 d.C., in occasione di una restituzione di terre da parte di Tiberio o per una strana “restituzione” dell’arco a questo imperatore. L’iscrizione sarebbe stata collocata in epoca successiva alla prima costruzione dell’arco, su una zona non normalmente destinata a quest’uso. L’arco sarebbe stato iniziato intorno al 20 e completato intorno al 25 e inizialmente sarebbe stato dedicato a Germanico, figlio adottivo di Tiberio e comandante della II legione, morto nel 19.

 

Il teatro, costruito tra il I secolo a. C. e il I secolo d. C., era in grado di ospitare circa 9.000 spettatori disposti su 37 file di gradini, ed è uno dei quattro teatri al mondo, l’unico in Europa, che ancora conserva tutto il muro di scena: gli altri sono i teatri di Bosra e di Palmira, entrambi in Siria, quello di Sabratha in Libia e quello di Aspendos in Turchia.

 

Questo muro, alto ben 37 metri e lungo 103, dobbiamo immaginarlo ricoperto di lastre di marmo e ornato di bassorilievi, di fregi, di statue, di nicchie e di colonne, che avevano una funzione estetica, ma allo stesso tempo funzionale, poiché il gioco delle sporgenze e delle rientranze regalavano una magnifica acustica, che si è conservata fino a oggi.

 

Sono ancora visibili anche le aperture del muro di scena con la Porta Reale, riservata agli attori principali, le porte laterali e i blocchi sporgenti in cima al muro, utilizzati per fissare il velario, una grande tela che proteggeva gli spettatori dal sole.

 

Abbandonato dopo il declino dell’Impero Romano, spogliato e danneggiato dalle invasioni barbariche e nei secoli successivi, fu lentamente restaurato a metà del XIX secolo e usato per spettacoli di musica classica, opere e sinfonie e ancora oggi ogni luglio vi si tiene il festival musicale delle Chorégies d’Orange.

 

 
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