Celestino V e il gran rifiuto

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I cardinali si erano già riuniti varie volte, ogni volta in sedi diverse: Santa Maria sopra Minerva, Santa Maria Maggiore e nel Monastero di Santa Sabina sull’Aventino, ma senza riuscire a eleggere nessuno dei candidati.
Nel frattempo sopraggiunse anche un’epidemia di peste che indusse il Conclave allo scioglimento e uccise il cardinale Cholet, riducendone a undici i componenti.
Passò oltre un anno prima che il conclave potesse riunirsi di nuovo perché i cardinali non riuscivano a giungere a un accordo su quale dovesse essere la sede: Roma o Rieti. Trascorsi ben 18 mesi dalla morte di papa Niccolò IV, finalmente il 18 ottobre 1293, i cardinali decisero di riunirsi a Perugia. Nonostante le laboriose trattative, il conclave non riuscì a eleggere il nuovo papa, a causa della frattura che si era creata tra i sostenitori dei Colonna e gli altri cardinali. Passavano i mesi e il malcontento popolare aumentava causando disordini e proteste anche negli ambienti ecclesiastici.
Alla fine di marzo del 1294, un evento determinante, costrinse i cardinali a scegliere un candidato.
Erano in corso, in quel momento, le trattative tra Carlo II d’Angiò, Re di Napoli, e Giacomo II, Re d’Aragona, per sistemare le vicende legate all’occupazione aragonese della Sicilia, e poiché si stava per giungere alla stipula di un trattato, Carlo d’Angiò aveva bisogno del sostegno papale, così decise di recarsi, insieme al figlio Carlo Martello, a Perugia dove era riunito il Conclave, per sollecitare l’elezione del nuovo Pontefice.
Il suo ingresso nella sala dove era riunito il Sacro Collegio provocò la riprovazione di tutti i cardinali e, per intervento del cardinale Benedetto Caetani, il re fu cacciato.

Intanto ai cardinali giunse una profezia da parte del monaco eremita Pietro da Morrone, che aveva previsto “gravi castighi” per la Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore, e vari fenomeni di contestazione religiosa reclamavano con sempre maggiore forza un rinnovamento della Chiesa e un ritorno ai valori evangelici della povertà e della carità.
Alla fine, il 5 luglio 1294, il conclave all’unanimità scelse come papa, proprio il vecchio monaco eremita della profezia, conosciuto in tutta Europa per la sua santità.

Purtroppo non sappiamo perché il conclave giunse a questa decisione unanime… l’elezione di un monaco eremita, senza alcuna esperienza di governo ed estraneo alle problematiche connesse alla Chiesa pone molte perplessità. È molto probabile che il conclave abbia deciso di eleggere Pietro da Morrone per superare l’impasse in cui si trovava ormai da due anni e “accontentare” così tutti coloro che sentivano la necessità di un’autorità superiore che assicurasse al mondo cristiano pace e giustizia.

Il monaco eremita Pietro da Morrone è indubbiamente una delle figure più affascinanti e controverse del medioevo. Uomo pio, fondatore del movimento Celestiniano ma anche di diversi eremi abruzzesi, fu considerato nella sua epoca un pontefice ideale per risollevare le sorti di una Chiesa in balìa delle potenti famiglie romane e dei sovrani europei.
Di lui e di Bonifacio VIII, suo successore, la storia ci ha regalato immagini non benevole,
a causa anche degli ingannevoli consigli di Benedetto Caetani cui allude Dante (Inf., XXVII, 1041-05) che avrebbero determinato la sua rinuncia al papato.
Pietro da Morrone fu considerato a torto per lungo tempo debole e ingenuo, ma sappiamo che dopo la nomina, scelse sette cardinali pro-Angioini e distribuì altri favori a quella dinastia. Mentre Benedetto Caetani è rappresentato spesso come ambizioso e spregiudicato ma l’unica sua vera colpa sembra essere stata il nepotismo.

Grazie a minuziose ricerche storiche, si è prima di tutto compreso che quello di Celestino V non fu un mero “rifiuto”. Purtroppo l’atto originale di rinuncia è andato perduto, ma la sua fu una decisione sofferta e ponderata insieme a tre cardinali espertissimi di diritto canonico, tra cui lo stesso futuro Bonifacio VIII, i quali cercarono più volte di dissuaderlo dal rinunciare alla carica, ma il diritto canonico non gli impediva di tornare alla vita che desiderava. La notizia delle possibili dimissioni di Celestino V si diffuse velocemente e anche il re di Napoli si oppose.
L’8 dicembre 1294, il vecchio papa indisse un concistoro e annunciò ai cardinali che intendeva dimettersi perché si sentiva stanco, inadatto e impreparato. I cardinali ovviamente aprirono una lunga discussione perché ritenevano il gesto inopportuno. Celestino V allora convocò di nuovo Benedetto Caetani e gli chiese di mettere per iscritto i fondamenti del diritto canonico che autorizzavano la sua scelta. Tre giorni dopo convocò di nuovo i cardinali e annunciò le sue dimissioni, si spogliò di tutte le insegne pontificie e pregò i cardinali di eleggere al più presto un nuovo papa per il bene della Chiesa.
Il 24 dicembre i cardinali elessero con una maggioranza schiacciante Benedetto Caetani, che divenne papa con il nome di Bonifacio VIII.
Il cardinale Caetani era un uomo di buona reputazione, non aveva amanti né figli naturali e non aveva particolari vizi; era astuto e abile a condurre i suoi affari senza però macchiarsi di azioni indegne… il re di Napoli Carlo II d’Angiò, il re di Francia Filippo IV (detto il Bello) e Giacomo II d’Aragona erano soddisfatti della scelta fatta dal conclave.

Il giorno stesso dell’elezione del cardinale Caetani, Pietro da Morrone gli fece visita e si prostrò ai suoi piedi, gli giurò obbedienza e chiese il permesso di poter tornare al suo eremo, ma Bonifacio VIII gli negò il consenso perché lo voleva al suo fianco, probabilmente per tenerlo sotto controllo e per evitare che venisse rapito e usato come arma di ricatto. A un certo punto giunsero a un accordo e il papa permise a Pietro da Morrone di lasciare Napoli accompagnato da un amico, Angelerio abate di Montecassino.
Durante il viaggio Celestino cambiò idea e fuggì verso il suo eremo a Sulmona. Quando Bonifacio VIII venne a sapere della sua fuga mandò l’abate Angelerio, scortato da un uomo di fiducia, Teodorico Ranieri da Orvieto, per riportarlo indietro. Avvisato da qualcuno, Celestino fuggì in Puglia per arrivare in Grecia, ma dopo solo un giorno di navigazione una tempesta gettò l’imbarcazione sulle coste di Vieste. Il governatore della città fece arrestare tutti i “fuggitivi” e informò Carlo II d’Angiò e il papa.
Il 16 maggio un’ambasciata della corte angioina riportò Pietro da Morrone dal papa, che gli fece molte domande riguardo la sua fuga. Poi decise di tenerlo con sé nel palazzo papale per due mesi, mentre pensava a un luogo più sicuro dove farlo alloggiare. Verso la fine di agosto del 1295, Bonifacio VIII decise di spostarlo nella torre del castello di Fumone, vicino ad Anagni.
Le testimonianze circa le condizioni in cui fu tenuto sono molto discordanti, ma il cronista francese Guillaume de Nangis, molto ostile a Bonifacio VIII, afferma che disponeva di un alloggio decoroso simile a quello che aveva presso il palazzo papale.
Pietro da Morrone aveva 87 anni, di cui 65 vissuti da eremita, e un’ulcerazione sul fianco destro del torace… in queste condizioni affrontò il freddo dell’inverno in quell’umido castello e il suo fisico malandato ne risentì. Nel maggio del 1296 si ammalò e morì il 19 di quello stesso mese.
Bonifacio VIII celebrò personalmente una messa per il suo predecessore e il 25 maggio Pietro da Morrone venne tumulato nella chiesa del monastero di Sant’Antonio Abate, che lui stesso aveva fondato intorno al 1260, sotto l’altare maggiore, posto che spetta ai santi.

Tre giorni dopo la sua consacrazione, Bonifacio VIII revocò le assegnazioni compiute da Celestino e bloccò le concessione dei titoli vacanti. Sospese tutte le nomine, comprese quelle di vescovi e arcivescovi scelti senza il consiglio dei cardinali o senza presentare domanda al concistoro, come di norma. Del resto, lo stesso Celestino gli aveva chiesto personalmente di annullare tutte le decisione inopportune e le nomine avventate fatte per ignoranza e ingenuità.
Fatto questo, Bonifacio VIII cominciò a distribuire favori ai parenti Caetani e non fu capace di mettere un freno alla loro ingordigia. Questo lo portò a commettere una serie di errori politici che danneggiarono la Chiesa. Feudi, terre e onorificenze fecero dei Caetani una delle famiglie più potenti del centro Italia, danneggiando altre nobili famiglie che avevano primeggiato fino ad allora, soprattutto la famiglia Colonna.

Lo scontro epocale che oppose Bonifacio VIII ai Colonna e poi al re di Francia Filippo il Bello scatenò una guerra che continuò anche dopo la morte del pontefice.
La solida alleanza tra il re e il papa ai tempi di Luigi IX ormai si era frantumata.
Il primo scontro risale al 1296, quando Bonifacio VIII emette la bolla Clericis laicos, con la quale censurava la politica di Flippo IV che aveva tassato i beni della Chiesa in Francia. Il re si limitò a impedire che tutti i beni di lusso (cavalli, armi, oggetti d’oro e d’argento e denaro) uscissero dai confini francesi.
Nel 1301 il conflitto si riaccese quando Filippo il Bello decise di processare il vescovo di Pamiers che rivendicava l’indipendenza della città dalla corona di Francia. Il diritto di processare un vescovo spettava solo al capo della Chiesa e nel 1301 Bonifacio VIII inviò al re di Francia la bolla Ausculta filii con la quale lo ammoniva e gli ricordava la sua sottomissione alla sacra superiore autorità del papa.
Il cancelliere di Francia Pietro Flotte, scaltro e privo di scrupoli, trattenne la bolla di Bonifacio VIII in modo che nessuno in Francia la potesse leggere e la sostituì con un documento falso dal carattere offensivo, senza qualunque formula di saluto e cortesia. Tale documento (la falsa bolla intitolata Scire te volumus), secondo cui tutte le concessioni del re nei confini del suo territorio erano nulle, diffuse nel popolo di Francia il disprezzo nei confronti di Bonifacio VIII che giudicava il re come un fantoccio che non merita rispetto. Fu così che tra il popolo, che si strinse intorno al re, aumentò il senso di appartenenza a un unico paese.
Del resto anche il clero di Francia appoggiava il re e stava dalla sua parte. Quando nel marzo del 1302 si tenne al Louvre una riunione per firmare l’atto di accusa contro Bonifacio VIII, che chiedeva la convocazione di un concilio ecumenico per deporre il “falso papa”, i maggiori ecclesiastici del regno lo firmarono senza esitazione.
Quando Bonifacio VIII apprese la notizia della falsa bolla papale, cercò di recuperare la situazione con concistori, consultazioni pubbliche e conversazioni private, ma il re non cedeva e non riconosceva l’autorità del pontefice.
Allora il papa indisse un grande concilio ecumenico per il 1 novembre 1302 a Roma, e se Filippo IV si fosse azzardato a impedire ai prelati di Francia di adempiere al loro dovere apostolico, sarebbe stato scomunicato.
Ma il primo novembre, solo 39 dei 79 vescovi francesi, si recarono a Roma, quindi il papa rinnovò la scomunica e fece redigere la famosa bolla Unam Sanctam, l’ultimo episodio del conflitto plurisecolare tra potere spirituale e potere temporale che riprende, riaffermandoli con energia, gli ideali teocratici espressi in precedenza soprattutto da papa Gregorio VII, nel 1075 con il Dictatus Papae, e da papa Innocenzo III.
Il 12 marzo 1303, Filippo IV, deciso a non cedere, convocò un’assemblea collettiva a Parigi, nei giardini del palazzo del Louvre e l’avvocato reale Guillaume de Nogaret declamò di fronte a una folla sterminata un dossier d’accusa nel quale erano elencate le gravissime colpe di Bonifacio VIII. Secondo l’accusa, il papa era salito al trono apostolico dopo aver raggirato il vecchio pontefice Celestino V e aveva infangato il ruolo di vicario di Pietro con la corruzione, l’inganno e la simonia, favorendo senza ritegno la sua famiglia.
Il 7 settembre 1303, vigilia della pubblicazione della bolla Super Petri solio, Giacomo Colonna e Guillaume de Nogaret entrarono ad Anagni con un esercito per prelevare il papa e lo tennero prigioniero nel suo stesso palazzo per due giorni. L’intento era quello di trasferirlo a Parigi dove sarebbe stato deposto e dichiarato eretico, ma gli abitanti di Anagni organizzarono una sommossa e lo liberarono.
Bonifacio VIII, anziano e provato da quell’esperienza, morì in Vaticano l’11 ottobre.

Il processo ci fu ugualmente e si concluse ben otto anni dopo la morte del papa; intanto i nemici di Bonifacio VIII alimentarono la stesura di testimonianze denigratorie che gli avvocati francesi usarono contro di lui.

I cardinali Colonna già nel 1297 avevano incolpato Bonifacio VIII di aver provocato la morte del suo predecessore, sostenendo che era stato costretto a vivere in condizioni disastrose. Negli anni successivi i Colonna si trasferirono a Parigi per unire le forze a quelle del re. In uno scritto del 1306 , un avvocato reale sosteneva che Pietro da Morrone era stato ucciso con un violento colpo alla testa.
Nel 1310 comparvero altri testimoni dall’Italia, affatto neutrali e disinteressati. Tale Giacomo da Palombara affermò che Celestino era stato strangolato nella sua cella. Un altro testimone affermava che il povero eremita era stato trovato morto con un chiodo infilato nel cranio.
In quelli stessi giorni il re di Francia fece riesumare il teschio di Pietro da Morrone e ordinò che fosse bucato con un chiodo, secondo il racconto del testimone. Una perizia del 2013, effettuata sul cranio di Celestino V, conferma che il foro fu inferto diversi anni dopo la sua morte.

Nel 1311, poco prima che si concludesse il processo, il registro pontificio in cui erano contenuti gli atti di condanna contro la monarchia francese (Registro Vaticano 50), subì una vistosa decurtazione. Alcuni documenti , come la bolla Ausculta filii, risultano erasi e nella parte finale del registro mancano due fogli, tagliati con una lama, che probabilmente contenevano la bolla Super Petri solio, con la quale Bonifacio VIII scomunicava Filippo IV.
Queste decurtazioni, ordinate da papa Clemente V, ebbero l’effetto sperato: eliminata la materia del contendere, le sorti dell’anima di Bonifacio VIII non erano più un affare di Stato.
Tra libelli diffamatori, voci non confermate, minacce, intimidazioni e documenti falsi, si è cercato di sfruttare qualunque cosa potesse servire a denigrare Bonifacio VIII, compresi fatti privati. Un certo Berardo da Soriano affermava che il papa aveva una finestrella in una parete della sua stanza dove conservava un idolo diabolico che adorava. La finestrella c’era davvero, ma era solo un’apertura che dava direttamente sulla chiesa adiacente da cui il papa poteva seguire la messa senza uscire dalla sua camera.
Papa Bonifacio VIII era appassionato di scienze, possedeva una ricca biblioteca medica ed era stato mecenate di illustri maestri. Anche questa passione per la medicina, che nel medioevo aveva spesso caratteri ambigui, fu usata contro di lui; l’uso di preparati auriferi per allungare la vita e mantenersi in salute, e forse anche una certa fobia per i malanni fornirono agli avvocati francesi molto materiale da cui attingere per distruggere la memoria del pontefice e costruire intorno a lui un’aura di stregone. Lo stile di vita di Bonifacio VIII non aveva niente di particolarmente scandaloso per quei tempi e, come abbiamo già avuto modo di dire nel corso di questa trattazione, le colpe di Bonifacio VIII che lo posero al centro di questa strategia diffamatoria furono altre. Nel Trecento i processi erano usati come strumenti di governo e la giustizia era un brutale strumento di persecuzione usato nei confronti degli avversari politici.
Il re di Francia Filippo IV, insoddisfatto della conclusione incruenta del processo contro papa Caetani, voleva che Celestino V fosse proclamato santo e martire, ma Clemente V trovò una soluzione moderata e diplomatica santificando l’eremita Pietro da Morrone e non papa Celestino V, dato che al momento della morte egli papa no lo era più, evitando così di cadere nel “tranello” del re.

Bibliografia:

G. Vitolo, Medioevo, Sansoni
B. Frale, L’inganno del gran rifiuto: La vera storia di Celestino V, UTET
https://www.treccani.it/enciclopedia/

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