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La lingua etrusca

La civiltà etrusca

La civiltà etrusca
Nicoletta Pagliai

La civiltà etrusca, come già accennato parlando dell’Italia preromana, era molto avanzata rispetto agli altri popoli italici e riuscì a emergere e a imporsi su gran parte del territorio italico, estendendo la sua influenza a nord fino alla piana del Po, e a sud fino in Campania.

Ciò fu possibile grazie alle caratteristiche originali di questa civiltà, estranee agli altri popoli della penisola. Prima di tutto, quella etrusca era una civiltà urbana: in un’Italia di villaggi, solo l’Etruria conosce la città, fondata ritualmente e dotata di cinta murarie, porte e templi di pietra, e con istituzioni politiche e sociali.

L’Etruria era una federazione di dodici città-stato, ognuna con propri magistrati che, in caso di difficoltà, si sottomettono a un dittatore (macstrna = mastarna). All’inizio gli etruschi erano governati da re (lucumoni), con il fascio, la corona d’oro e lo scettro sormontato dall’acquila come simboli del loro potere. Purtroppo non abbiamo elementi per stabilire quali fossero i caratteri della monarchia etrusca, e le notizie indubbie riguardo la monarchia romana sono molto poche per poter stabilire delle analogie certe. Tuttavia è probabile che i re etruschi esercitassero un potere supremo giudiziario, militare e religioso.

Nel corso del V secolo,  i lucumoni sono sostituiti da magistrati annuali (zilath) e ciò fa pensare ad un passaggio dalla monarchia alla repubblica.

Per quanto riguarda la società, quella etrusca era patrizia e quasi feudale: da una parte l’oligarchia dei princeps, formata dai nobili che detenevano il potere nelle città, dall’altra un’enorme classe servile, con la possibilità per gli schiavi di diventare liberti e di legarsi alla clientela dei nobili.

La civiltà etrusca era anche materialmente e tecnicamente evoluta: gli Etruschi praticavano il drenaggio del suolo, l’irrigazione grazie a una avanzata scienza idraulica, lo sfruttamento dei giacimenti dell’isola d’Elba di stagno, di rame e di ferro, che poi utilizzavano a fini commerciali. Tra i prodotti principali ricordiamo le armi, gli utensili e gli oggetti domestici in bronzo e in ferro (specchi e ciste).

Grazie alla loro cultura poliedrica, gli Etruschi raggiunsero un primato anche per quanto riguarda l’aspetto religioso; per gli Etruschi la religione è stata rivelata dai profeti, il principale dei quali è Tagete. Si tratta di una  religione fondata su rituali fissati dai quattro libri sacri: i libri rituales che stabiliscono le prescrizioni relative al rituale, la vita delle città e degli uomini, i libri fulgurales il modo di interpretare i tuoni e i fulmini, i  libri haurispicinales l’arte di analizzare i visceri degli animali sacrificali, e infine i libri acheruntici che forniscono le conoscenze necessarie per la discesa dell’uomo nell’aldilà.

Quella etrusca era anche una religione con un pantheon ben organizzato di divinità assimilate a quelle greche (Turan = Afrodite, Fufluns = Dioniso, Hercle = Eracle, …), retto da una triade (Tinia = Giove, Uni = Giunone, Menrva = Minerva), venerata in templi a cella tripartita, come sarà successivamente il tempio di Giove Capitolino a Roma.

La concezione dell’aldilà degli Etruschi sembra sia stata influenzata dall’Oriente e dalla Grecia, poiché immaginavano il Paradiso come un luogo piacevole, con banchetti e musica, e l’Inferno, dove regnavano geni mostruosi, metà uomini e metà bestie, come un luogo di tristezza, torture e sofferenza.  Secondo gli Etruschi, tuttavia, era possibile placare le divinità infernali con il sangue versato dai duellanti durante i combattimenti funerari che, secondo alcuni storici, sono all’origine della gladiatura.

L’arte etrusca, non meno avanzata della religione, anch’essa fu molto influenzata dall’ellenismo, e questa influenza è evidente soprattutto nella scultura a tutto tondo, nel bassorilievo, nelle statuette, nei candelabri di bronzo, nella decorazione in terracotta dipinta dei templi, nella pittura (conosciuta soprattutto attraverso gli affreschi tombali) e nella produzione ceramica. Gli Etruschi non solo importavano i vasi dalla Grecia ma li fabbricavano anche sul posto, soprattutto in bucchero, una bellissima ceramica nera, sottile, leggera e molto elegante.


Oinochoe_in_bucchero_etruria_meridionale_fine_VII_inizio_VI_secolo_ac
Oinochoe in bucchero dell’Etruria meridionale.
fine VII – inizio VI secolo a.C.

Gli Etruschi eccelsero anche nell’architettura, che ebbe notevoli ripercussioni sull’urbanistica di Roma (pianta regolare e mura di cinta in pietra), sull’edilizia templare (pianta rettangolare, cella tripartita e rivestimenti architettonici in terracotta policroma) e su quella funeraria (tombe con camera sormontata da tumulo e affrescata, oppure rupestri e piene di oggetti più o meno preziosi).

L’aspetto meno conosciuto della cultura etrusca è la lingua. Sappiamo che è una lingua agglutinante, senza alcun legame con le lingue indoeuropee ed è probabile che abbia delle affinità con altre lingue come il basco e il caucasico, ma soprattutto con i dialetti preellenici.

La lingua etrusca ci è nota da circa diecimila documenti: sfortunatamente si tratta per lo più di epitaffi di età tarda, che non permettono di fare grandi progressi nella conoscenza della lingua. Ci sono giunti anche pochi testi lunghi (il Liber linteus, la Tabula capuana, la Tavola di Cortona, il Cippo di Perugia e le lamine d’oro di Pyrgi), ma anche questi si sono rivelati poco utili perché facenti riferimento sempre alla sfera del culto, mentre abbiamo purtroppo perduto quasi tutti i documenti che riguardano la vita quotidiana, le  leggi, la storia e la letteratura, che invece possediamo per le altre lingue antiche. Oggi quindi siamo in possesso di un patrimonio lessicale etrusco molto ristretto, composto al novanta per cento da nomi di persona e, per il resto, da parole legate al culto, ai riti funerari e alla produzione di vasellame.

L’atteggiamento di Roma nei confronti delle altre lingue, a parte il greco ovviamente, era di disinteresse e di disprezzo e i Romani imposero la lingua latina e il diritto latino a tutte le popolazioni sotto il loro dominio. La conquista romana quindi contribuì in maniera preponderante all’estinzione prematura di questa lingua, che già ai tempi di Giulio Cesare era considerata ormai morta.

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