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La toilette della matrona

Il risveglio nell’Impero romano

Il risveglio nell’Impero romano
Nicoletta Pagliai

I Romani si svegliavano molto presto, generalmente all’alba; l’illuminazione artificiale era molto scarsa e tutti approfittavano il più possibile della luce del giorno.

Il risveglio era un’operazione semplice e rapida perché la stanza da letto era piccola e poco ospitale; l’arredamento era molto essenziale e in genere nella camera si trovavano solo il letto, una sedia, il vaso da notte e uno scendiletto. I letti potevano essere anche molto suntuosi, ma non erano mai comodi: il materasso e il guanciale dei poveri erano imbottiti di fieno o foglie di canna, mentre quelli dei ricchi di lana tosata o con piume di cigno, ma tutti poggiavano su cinghie incrociate ed erano sprovvisti sia di molle, sia di lenzuola; c’erano solo due coperte, una da mettere sul materasso e una per coprirsi sulla quale era sovrapposta una trapunta o un copriletto damascato.

I Romani non hanno mai avuto niente che somigliasse alle nostre calze e andavano a dormire a piedi nudi; non erano abituati a spogliarsi e, prima di mettersi a letto, si toglievano soltanto il mantello e le scarpe: soleae (sandali in cui la suola era tenuta con lacci avvolti al collo del piede), crepidae (sandali di cuoio intrecciato), calcei (scarpe di cuoio con stringhe) o caligae (stivaletti molto robusti usati dai soldati Romani). Le scarpe venivano lasciate sul toral, una sorta di scendiletto posta ai piedi del letto.

Gli antichi Romani distinguevano due tipi di indumenti: quelli in cui “si entra” (indumenta) e quelli con cui ci si avvolge (amictus). Il più “intimo” degli indumenta era il licium, un semplice perizoma di lino, annodato intorno alla vita; sopra a esso indossavano la tunica interior (subucula), una specie di camicia di lino o di lana, lunga fino alle ginocchia, che si infilava dalla testa e si stringeva intorno al corpo con una cintura.

I più freddolosi indossavano due subucule, o perfino tre come l’imperatore Augusto.

81 […]Così il suo organismo debilitato non sopportava
 facilmente né il freddo né il caldo.
 82 In inverno portava spesso, sotto una toga, quattro tuniche, una
 camicia, una maglia di lana e delle fasce attorno alle cosce e alle gambe;
 d’estate dormiva nella sua camera con le porte aperte, e spesso sotto il
 portico, a fianco di un getto d’acqua e con uno schiavo che gli faceva
 vento. Nemmeno d’inverno riusciva a sopportare il sole e anche nel cortile
 di casa passeggiava con il cappello in testa. Viaggiava in lettiga quasi
 sempre di notte, lentamente, a piccole tappe, impiegando due giorni per
 andare a Preneste o a Tivoli; se poi in qualche luogo ci si poteva andare
 per mare, di preferenza navigava. Tuttavia con molta attenzione riusciva a
 sostenere una salute così malandata, per prima cosa lavandosi poco, si
 faceva frizionare spesso e sudava vicino al fuoco, poi si immergeva
 nell’acqua tiepida o leggermente scaldata al sole. Ma tutte le volte che
 le sue condizioni di nervi gli imponevano i bagni di mare o le cure
 termali di Albula si accontentava di sedersi su uno sgabello di legno, che
 egli, con termine spagnolo, chiamava «dureta», e di agitare le mani e i
 piedi con movimenti alterni.
(Svetonio, Aug., 81, 82).

Sopra questa tunica i Romani ne infilavano un’altra, la tunica exterior.

La tunica dei militari era più corta di quella dei civili, e quella dei semplici cittadini era più corta di quella dei Senatori.

Il latus clavus, la larga banda di porpora posta sul davanti della tunica in senso verticale, costituiva il decoro riservato ai Senatori, mentre l’angustus clavus, una doppia fascia ugualmente purpurea ma di minor spessore, era distintiva dell’ordine equestre. Successivamente, tali decorazioni non costituiranno più un segno distintivo del rango sociale, ma saranno indossate solo da chi può permettersi l’acquisto della costosissima porpora di Tiro.

Questa tunica aveva le maniche corte, quindi era necessario indossare un amictus che avvolgesse gli indumenta. L’amictus romano era la toga, un semicerchio di lana bianca che in età repubblicana aveva un panneggiamento molto contenuto (toga restricta), mentre in età imperiale è molto ricca e solenne e ha un diametro di 2,7 metri (toga fusa). Questa toga per tutto l’alto impero restò l’abito da cerimonia dei Romani, indispensabile per lo svolgimento di tutte le attività civiche.

Il vestiplicus, lo schiavo addetto all’abbigliamento del padrone aiutava a disporre sapientemente le pieghe per creare l’ampio sinus, che dal braccio sinistro scendeva fino ai piedi, e il balteus, che dalla spalla scendeva fino a oltre il ginocchio.

Questa toga era complicata da indossare e da drappeggiare, era molto pesante ed era un’impresa mantenerla bianca. Per questi motivi, nonostante gli imperatori cercassero di imporne l’uso, ben presto la toga fu abbandonata anche dai magistrati e fu sostituita da un amictus ispirato alla moda greca, molto più semplice e veloce da indossare.

La toga praetexta, bordata da una fascia di porpora, era l’abito riservato a dittatori, sommi magistrati, consoli, pretori, edili e ad alcuni sacerdoti. La indossavano anche i fanciulli fino all’età di 17 anni, quando, in una solenne cerimonia che segnava l’avvento dell’età adulta, iniziavano a vestire la toga bianca e senza ornamenti.

La toga picta o palmata, di qualsiasi colore e ornata di ricami in oro a forma di palma, durante tutta l’età repubblicana fu una prerogativa riservata ai consoli durante la celebrazione di un trionfo. Con l’avvento dell’impero l’usanza si estese anche ai consoli e ai pretori per la celebrazione dei ludi circensi.

Per ripararsi dal freddo, sopra la toga o la tunica, I Romani erano soliti indossare mantelli con cappuccio, il più noto dei quali era la lacerna, un mantello di lana corto fermato sotto il mento o sulla spalla da una fibbia. Inizialmente era considerata una copertura rozza, ma durante l’impero iniziò a essere confezionata con lane morbide multicolori e impreziosita da frange e ricami, tanto da avere larghissima diffusione e diventare uno dei mantelli più usati dal ceto borghese.

La paenula rappresentava l’alternativa più semplice, formata da un semplice cerchio di lana, tanto ampio da giungere fino alle ginocchia, con un foro al centro per far passare la testa.

Tra i mantelli più celebri, c’era la caracalla, un lungo mantello con cappuccio importato dai Galli, da cui deriva il soprannome dell’imperatore Marco Aurelio Antonino Augusto, noto appunto come Caracalla, che ne introdusse l’uso soprattutto tra i militari.

Per quanto riguarda la colazione, essa consisteva solo in un bicchier d’acqua e anche l’igiene personale era molto approssimativa. L’uso del sapone era ancora sconosciuto e la cura corporis si limitava a immergere le mani e il volto nell’acqua fresca, poiché sapevano che alla fine del pomeriggio sarebbero andati alle terme pubbliche, o i più fortunati, nel loro balneum privato. E così restò fino al IV secolo.

La vera toilette dei Romani si svolgeva presso il tonsor, ma di questo parleremo un’altra volta.

 

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